Quando la musica era fatta dai grandi, quando non c’era ancora Maria De Filippi con i vari Marco Carta e Valerio Scanu da lanciare ininterrottamente sulle frequenze radio, quando non era estate senza il Festivalbar, un giovane cantautore tarantino scalava le classifiche con i suoi brani dedicati al Sud e alla Puglia. Chi non ha mai intonato il suo primo successo, “Siamo meridionali”? E chi non ricorda la nota “Uh, mammà!”? Mimmo Cavallo è stato sulla cresta dell’onda per diversi anni, lavorando con grandi personalità, prima fra tutte Mia Martini, con cui era in tournée prima della sua tragica scomparsa e alla quale era legato da un profondo affetto. Subito dopo ha abbandonato i riflettori, ma non ha mai smesso di cantare. Al contrario, adesso che è lontano dalle logiche di mercato, si sente libero di fare la musica che più gli piace. Ma chi pensa che sia troppo distante dalle scene, dovrà ricredersi. Di recente, infatti, scommetto che tutti gli italiani hanno inconsapevolmente cantato una sua canzone. 

Lontano dai riflettori si sente libero di esprimere la sua musica, senza star dietro a logiche di mercato. Mimmo Cavallo, affermato cantautore, racconta del suo allontanamento dalle scene e del rapporto con la grande Mia Martini

«Scrivere per altri è un gioco. Ci si diverte a cercare un cantante che sia naturalmente giusto per le proprie canzoni. Quella “giusta” per me era Mia Martini. Era straordinaria perché aveva la capacità di cantare diversi stili, dall’etnico al jazz; possedeva tante diverse personalità ed era un vero piacere scrivere per lei. Inoltre, vedevo in Mimì non solo una bella voce, bensì tutto un mondo interiore che andava esplorato e lasciato libero di esprimersi. Quello era il mio compito, il mio obiettivo: lasciare che venisse fuori a 360°. Prima della sua tragica morte, avevamo appunto realizzato un disco in cui lei usciva anche in maniera autoriale e lo stavamo portando in tour. Ma poi, come è noto, la tournée è stata bruscamente interrotta».

«Mia Martini era un personaggio straordinario che però veniva strizzato da questo mondo che sotto molti aspetti si era rivelato stupido, direi quasi medievale, con le sue sciocche credenze e superstizioni. Trovavo assurde molte delle cose che venivano fuori a volte dalle persone che lavoravano con noi: ricordo che quando si lavorava e c’erano le telecamere erano tutti allegri e sorridenti, ma quando dovevamo andare a cena e si proponeva di trascorrere la serata assieme, si rimaneva in tre: io, lei e il nostro discografico. Per me era ed è assolutamente impensabile torturare una persona per via di dicerie che non avevano un minimo di fondamento. Del resto, tutte le voci che giravano sul conto di Mimì non erano altro che cattiverie messe in piazza da un impresario che la derubava».

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